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Coppe europee, è “Ital-exit”: i numeri del fallimento del nostro calcio

Nell’Europa calcistica che profuma di the, di campagna inglese e di antico orgoglio britannico, l’Italia ha consumato la sua personale e fallimentare “Brexit” sportiva. Juventus e Napoli, ultimi baluardi dell’orgoglio pedatorio nostrano, nonchè – classifica alla mano – il meglio di quanto il nostro campionato possa offrire, sono state escluse e sculacciate da due squadre giovani e sfrontate, capaci di esprimere un calcio coraggioso e propositivo senza tatticismi esasperati.

Per il nostro movimento, questo fallimento non è una novità, visto che è la settima volta negli ultimi 15 anni che nessuna squadra italiana è tra le otto semifinaliste delle due competizioni europee di club. Se poi restringiamo l’analisi alla sola Europa League (e all’ex Coppa Uefa) i numeri fanno davvero spavento: da 20 anni soltanto due squadre hanno raggiunto le semifinali, il Parma nel lontano 1999 e la Juventus nel 2014. Questo per sottolineare come la Juventus e l’Inter, con le loro finali di Champions, siano state le uniche ad impedire che il calcio italiano scomparisse dalla geografia del calcio europeo di club.

Le cifre di questa campagna europea parlano chiaro sul livello inadeguato del nostro calcio: a partire dalle fasi a gironi le squadre italiane impegnate in coppa hanno perso la metà delle partite giocate (22 su 44), e hanno segnato il minor numero di reti tra tutte le nazioni calcisticamente importanti. In particolare negli ottavi ne hanno fatti solo 10 in tutto in otto partite, e la metà li ha segnati il solo Cristiano Ronaldo. Nei quarti poi, Juve e Napoli hanno marcato appena due gol in 360 minuti, mostrando una chiara disabitudine a reggere i ritmi dei top team continentali.

La differenza però non è solo nei numeri e nei conseguenti risultati, ma anche sul campo. La Juventus in Italia vince lo scudetto da otto anni praticamente passeggiando, e la mancanza di competitività del nostro torneo si ripercuote sui risultati in campo internazionale. La qualità tecnica delle partite di serie A e serie B è ormai da tempo molto bassa, e per accorgersene basta guardare una mezz’oretta di una qualsiasi partita di Premiership o di Liga. Prova ne sia che un’altra corazzata del calcio europeo, il Paris Saint Germain, nonostante le centinaia di milioni di euro spesi per costruire una rosa “da Champions”, non arriva mai nemmeno vicina al traguardo, penalizzata da una Ligue 1 dal livello medio assolutamente inadatto ad “allenare” i parigini alle partite con avversari veri.

Difficile capire se il nostro movimento calcistico abbia la forza per poter cambiare questo trend negativo. Le milanesi sembrano incapaci di uscire da una mediocrità evidente, nonostante i tanti soldi portati dai proprietari cinesi. Il Napoli è un eterno incompiuto, così come la Roma. All’orizzonte non si vede altro, tanto che – e qui pensiamo al nostro Palermo – il Parma di quest’anno ha dimostrato che con una buona intelaiatura e tre o quattro acquisti di categoria, una neopromossa può tranquillamente fare una serie A tranquilla, nonostante il livello tecnico della serie B sia più simile a quello di una buona Lega Pro.

Intanto, come amanti del gioco del calcio, ci apprestiamo a vivere delle semifinali belle ed incerte, sicuramente all’insegna del bel gioco, visti gli interpreti. E se guardate bene gli accoppiamenti, c’è anche la possibilità – tutt’altro che remota – di vedere due finali tutte inglesi: Liverpool-Tottenham e Chelsea-Arsenal. E chi glielo spiega a Theresa May e agli “apostoli” della Brexit?

Info sull'autore

Giuseppe D'Agostino

Giuseppe D'Agostino

Giuseppe D’Agostino, classe 1966, nato a Roma ma palermitano d'adozione, svolge parallelamente da oltre vent’anni le attività di docente e di giornalista sportivo. Muove i primi passi a Radio Studio 104. Nel 2000 diventa giornalista pubblicista e radiocronista delle partite del Palermo per Radio Giornale di Sicilia. Nel 2016 passa a Radio Action e nel 2017 approda a Radio Time. Nel 2013 ha scritto il libro “La mia voce rosanero”.